La Svizzera si trova in un importante periodo di svolta per quel che concerne le sue relazioni con l’estero. In particolare, le prossime votazioni popolari riguardanti i rapporti con l’Unione Europea (UE), definiranno il futuro del nostro Paese. È allora utile ricordare come nella storia esistono diversi momenti che possono essere rappresentati come un bivio. Anche la traiettoria di sviluppo della Svizzera non è stata sempre lineare e il 2020 rappresenta uno di quei momenti. In effetti, dal 1992, quando per pochi voti è stato rifiutato l’accordo sullo Spazio economico europeo (SEE), ci troviamo in una sorta di fase di transizione che dura ormai da troppo tempo; contando sempre di trovare la nostra nicchia. L’adesione allo SEE era una formula di cooperazione limitata prettamente all’economia e pensata per chi non si sentiva di fare il passo dell’adesione politica. Ma sarebbe stato un passo proprio così sbagliato? Non ci risulta che Norvegia, Islanda e Liechtenstein, che lo hanno firmato, ne siano stati travolti. In un modo o nell’altro, la Svizzera, a causa della sua posizione geografica, si trova comunque in un certo senso “obbligata” a intrattenere delle relazioni con l’UE. Quest’ultimo è infatti un punto fondamentale per capire l’esistenza stessa della Svizzera. La Confederazione è nata e si è consolidata nella sua formula federale perché da sempre si è trovata a dover cercare le condizioni di equilibrio tra dipendenze esterne e intraprendenze interne. Il nostro Paese ha sempre dovuto rapportarsi con delle forze esterne in modo tale da trovare la giusta formula che ci garantisse una certa indipendenza, anche a causa della nostra neutralità.

Il periodo delicato sarà segnato dalla votazione sull’iniziativa contro gli Accordi bilaterali. Secondo il Prof. Ratti un’accettazione dell’iniziativa renderebbe la Svizzera solo più indifesa dalle nuove dipendenze esterne. Un abbandono degli Accordi bilaterali sarebbe molto negativo per la Svizzera. Gli Accordi bilaterali sono stati la formula perfetta, duramente negoziata, per uscire dallo stallo e dalla crisi quasi decennale che ha fatto seguito al NO allo SEE. Tuttavia, è dal 2003 che l’UE ha segnalato come questa formula temporanea avrebbe dovuto essere adeguata, per forza di cose, ad un quadro più generale. Gli scenari cambiano e dobbiamo continuamente confrontarci con delle forze storiche che ci stanno di fronte, con l’Europa, ma oggi sempre di più anche verso il resto del mondo. In caso di accettazione dell’iniziativa gli scenari possibili per la Svizzera non sono incoraggianti. Ricordiamoci che la Svizzera è così ricca anche perché è un Paese che non è stato toccato così duramente dalla Seconda guerra mondiale e perché il processo di costruzione europea ha regalato settant’anni di pace. Una ricchezza che può illudere di poter continuare in via solitaria, isolati dai nostri vicini. In realtà, questo scenario permetterebbe al nostro Paese di poter proseguire lungo questa via ancora per una generazione e mezza al massimo. Questo potrebbe essere il pensiero della maggioranza delle famiglie di un ceto medio che, grazie agli ascensori sociali dei migliori decenni del secolo scorso ha potuto sentirsi “arrivata” e che teme per figli e nipoti. L’attitudine più corretta sarebbe invece quella di avere il coraggio di guardare alle nuove sfide, in gran parte ancora da scoprire, ma inevitabilmente da vivere; tra nuove dipendenze (tecnologiche, sistemiche e geopolitiche) ed intraprendenze ancora tutte da riscoprire. I tempi sono quelli lunghi; il corona virus ci sta ricordando che non ci possiamo salvare chiudendoci a riccio, ma che questo atteggiamento permetterebbe solo di sopravvivere per qualche tempo.

Per quanto riguarda il Ticino lo scenario resta ancora più incerto, visto gli esiti “antieuropeisti” delle votazioni riguardanti i rapporti fra Svizzera e UE negli anni passati. La votazione dell’UDC, che vuole denunciare la libera circolazione delle persone e gli Accordi bilaterali, viene presentata dai sostenitori come la panacea a tutti i mali. In realtà, si tratta solo di una regola del gioco che di per sé non salva né crea posti di lavoro. Questi semmai si creano in un sistema economico-istituzionale complesso, in una governance pubblico-privata specifica, non priva di compromessi e di contraddizioni, ma che ha reso la Svizzera il Paese che tutti noi oggi conosciamo. Non si può affermare che il federalismo non ci abbia aiutato. Ma oggi questo federalismo è esso stesso diventato competitivo poiché l’avvenire si sta costruendo non tanto nei Cantoni ma attorno a nuovi spazi territoriali; una decina al massimo di macro-regioni. Il Ticino si trova oggi ad essere all’interno di un doppio spazio periferico, situato tra i due grandi poli di Zurigo e Milano. Questo difficile posizionamento viene percepito da tanti come un ritorno al passato, una minaccia da cui difendersi, con misure protezionistiche non tipicamente svizzere. Il futuro resta dunque incerto e si rischia quindi di andare verso uno scenario senza soluzioni. L’avv. Tito Tettamanti ricordava proprio in una tavola rotonda su questo specifico tema (USI, 2.3.20) come di fronte all’indubbia incertezza che caratterizza il nostro futuro occorra ricordarsi di lavorare sulle costanti. Una di queste è il nostro posizionamento a nord della penisola italiana; un’Italia che non è solo la nostra patria culturale, ma che ci obbliga a trovare il modo di convivere, ci piaccia o meno, con la realtà di sessanta milioni di abitanti e con quella delle sue forze metropolitane. Anche se a breve-medio termine ci sembrerebbe possibile conservare la nostra posizione di forza, a lungo termine, ci può salvare solo lo spirito del voler vincere e di trovare le giuste convergenze d’interesse. Finora non stiamo veramente cercando questo tipo di soluzioni; non vi è mai stata una vera visione e politica del nostro Cantone (e della Confederazione) per vivere da triangolo svizzero nella realtà territoriale lombarda. L’iniziativa contro gli Accordi bilaterali non ci porta in questa direzione.

In questo scenario d’incertezza fanno breccia nella popolazione, soprattutto ticinese, alcuni argomenti strumentalizzati e artificialmente amplificati o distorti, come la “clausola ghigliottina”. Nonostante essa sia esplicitamente citata e spiegata nell’articolo 25 dell’ALC, gli iniziativisti negano la realtà dei fatti, sostenendo che essa non invocherebbe un processo automatico di denuncia degli Accordi bilaterali e che quindi essi non sarebbero in pericolo. Una Svizzera senza Bilaterali sarebbe un brutto scenario per un Paese che ogni giorno ha scambi economici con l’UE per un miliardo di franchi. Anche il futuro dell’UE è incerto e destinato a mutare. La Svizzera ha sviluppato un certo vantaggio, non aderendo all’UE e allo SEE, di imporsi all’interno di una formula evolutiva per ambo le parti. Un altro argomento spesso utilizzato dagli “antieuropeisti”, quando si parla di Accordi bilaterali e rapporti con l’UE, è la potenziale perdita di sovranità e d’identità per la Svizzera. Tuttavia, la sovranità è vera solo quando salvaguarda i nostri valori profondi – quindi anche quelli degli altri: libertà nella responsabilità, diritti umani e ricerca della pace. Questi si perseguono e vivono nelle varie scale delle realtà territoriali e possibilmente secondo il principio di sussidiarietà, dal basso verso l’alto. Ma la sovranità non può essere autarchica, per definizione è fatta di sovranità condivise, multi-scala, responsabili ed equilibrate nei rapporti di forza e nella proporzionalità; altrimenti si cade nell’ipocrisia di facciata.

Quindi la politica e soprattutto il cittadino sono chiamati all’arduo compito di non fermarsi a delle mere impressioni, per valutare nuovi scenari, strategie e politiche di medio-lungo termine, per immaginare e vivere con intraprendenza il futuro del nostro essere nel cuore dell’Europa.