Trasferirsi per un periodo in un’altra città, in un altro Paese, per studio o per uno stage, immergersi in una diversa cultura e tornare a casa con migliori strumenti per affrontare l’ingresso sul mercato del lavoro; questi sono gli obiettivi di Erasmus, un programma che, nei trent’anni trascorsi dalla sua istituzione, è andato a favore di oltre tre milioni di giovani. Lungi dal trattarsi di un periodo di “vacanza”, quest’anno di studio o di lavoro trascorso all’estero costituisce un’occasione preziosa per approfondire e padroneggiare una lingua straniera, nonché acquisire fiducia in sé stessi, adottare un’attitudine di apertura mentale e di problem solving, vale a dire di ricerca creativa di soluzioni. Diversi studi hanno dimostrato come queste attitudini rivestano un’importanza fondamentale per avere successo nella ricerca di un lavoro. I dati mostrano, infatti, che gli studenti che possono vantare la partecipazione al programma Erasmus hanno un rischio pari a meno della metà, rispetto ai loro coetanei rimasti in patria, di essere senza lavoro ad un anno dall’ottenimento del diploma. Vale la pena ricordare, inoltre, che i potenziali candidati per i periodi di scambio non sono unicamente studenti, bensì anche apprendisti e professori.

Nonostante gli indiscussi benefici della partecipazione a questo progetto, tuttavia, l’associazione della Svizzera ad Erasmus ha avuto una storia piuttosto travagliata. Se all’inizio degli anni ’90 la Svizzera partecipava attivamente ai programmi europei per la formazione e la gioventù, il No popolare allo Spazio Economico Europeo nel 1992 aveva creato una prima frattura, in seguito alla quale la Confederazione poteva partecipare solo a titolo indiretto. Solo negli anni tra il 2011 e il 2013 la Svizzera ha potuto partecipare direttamente, beneficiando di tutte le possibilità offerte agli altri Paesi partner, a due programmi dedicati alla formazione, dei quali faceva parte anche Erasmus. In questo periodo, seppur breve, oltre 16'000 studenti hanno sfruttato le possibilità di scambio tra la Svizzera e l’UE. Dopodiché, il voto contro l’immigrazione di massa del febbraio 2014 ha causato l’interruzione dei negoziati con la Commissione europea per l’associazione della Svizzera ad Erasmus+ e il nostro Paese è stato relegato al rango di “Paese terzo”, con diritti fortemente limitati.

Finalmente, nel novembre 2017 sono giunti segnali positivi dal Parlamento elvetico; entrambe le camere hanno infatti deciso di prolungare la soluzione transitoria, che era stata adottata dal Consiglio federale all’indomani del voto del 2014, fino al 2020, in modo da garantire copertura finanziaria e certezza del diritto per i partecipanti svizzeri. Di certo si tratta di un passo nella giusta direzione; occorre però ricordare che una soluzione di questo tipo non sostituisce l’adesione ad Erasmus+ e che attualmente, solo per citare un esempio, università e alte scuole elvetiche devono sviluppare autonomamente relazioni bilaterali con le controparti estere, sopportando costi amministrativi molto elevati. È dunque auspicabile che le trattative con la Commissione europea riprendano al più presto, in modo tale che la Svizzera possa aderire nel 2021 ad Erasmus+. In caso contrario, il rischio è quello di creare una vera e propria “generazione sacrificata”, in quanto privata di una preziosa possibilità di conoscenza e confronto con il diverso.

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